
Jacuss è una cantina che mi ha sempre affascinato, non so dire perché, forse il nome insolito che richiama a tutt’altri immaginari. Sicuramente il fatto di aver sempre letto recensioni più che positive e spesso entusiastiche sulla qualità dei vini ha fortemente alimentato questo mio “innamoramento”. Il luogo è spartano, profuma di agricoltura. Pochissima immagine tantissima sostanza. L’insegna scavata nel legno mi ricorda i pomeriggi piovosi passati con il nonno. Lui lavorava seriamente. Da un pezzo di legno recuperato nel bosco nasceva uno sgabello, un portalampade, un bredul (piccolissimo appoggiapiedi quadrato). Io tra gioco e realtà picchiavo qualche chiodo qua e là, improvvisavo una spada, un fucile. Un giorno di particolare ispirazione, perfino un arco e due frecce. In qualche modo sono sempre stato dalla parte degli indiani. Mi accoglie Sandro, ci accomodiamo in ufficio. Qualche chiacchiera, giusto il tempo di presentarci. Gli racconto di come ho intrapreso questo mio viaggio nel mondo del Tazzelenghe, l’osservatore inesperto potrebbe pensare che le sue reazioni siano quelle di un ascoltatore poco interessato, un po' come quando provavo a raccontare il viaggio di Ulisse ai miei figli. Io sono convinto che non sia così. Iniziamo a visitare la cantina, la sensazione è quella di un luogo di lavoro, la bottega di un artigiano, nessun fronzolo, nessuna estetica. L’immagine non paga le bollette la qualità del vino si. Incontriamo le vasche di fermentazione, le botti per l’affinamento. La barricaia Mi fermo a salutare i Tazzelenghe che avrò il piacere di assaggiare solo tra qualche anno. Vi ricordate quella vecchia pubblicità di un whisky che riposava tranquillo, qualcuno lo disturbava e lui rispondeva: non sono ancora pronto? Ci spostiamo nello spazio dedicato alla degustazione, anche in questo luogo tanta sostanza. Uno spolert ( in italiano cucina economica a legna ) mi fa sentire a casa. Sandro ci ricorda che non ha Tazzelenghe disponibile, lo imbottiglierà nei prossimi giorni. Cribbio, ci dovrò ritornare. Il pomeriggio è molto caldo ci lanciamo ad assaggiare i bianchi. Io sono un tifoso del vitigno Sauvignon così iniziamo da li. Riposa sulle fecce fino all’imbottigliamento, i profumi sono quelli tipici del vitigno, ben arrotondati. Eleganti. Decisamente piacevoli. Ci rendiamo conto di aver commesso un peccato di lesa maestà, rimediamo subito e passiamo ad assaggiare il Tocai (non mi arrenderò mai a chiamarlo Friulano). Decisamente buono. Stessa tecnica di raccolta, pigiatura, fermentazione e affinamento del Sauvignon. Anche il commento potrebbe essere lo stesso. Tipico, profumato, intenso, “lungo” piacevolissimo. Ci raggiunge anche Andrea, ci racconta che deve andare a consegnare il loro nettare a qualche ristoratore locale, è l’occasione per parlare un po' del mercato del vino, sicuramente in difficoltà ma di come Jacuss riesca a commercializzare tutte le bottiglie prodotte grazie ad un lavoro di consolidamento delle relazioni con i clienti e all’affidabilità dei vini prodotti. Sempre di grande qualità. Nessun marketing supererà mai questo mix. Non me ne vogliano il Sauvignon e il Tocai (non mi arrenderò mai a chiamarlo Friulano), rimangono i miei vitigni preferiti, ma trovo che il Pinot Bianco Jacuss abbia una marcia in più. Il 20% del mosto fermenta in barrique e svolge anche la fermentazione malolattica, mi incuriosisce il fatto che l’imbottigliamento avviene in bottiglie reclinate. Queste attenzioni trasformano le uve splendidamente coltivare in un vino ampio, intenso. I sentori donati dal legno sono nobili e perfettamente integrati nel sorso. Il profumo di crosta di pane è il primo che si lascia riconoscere, poi le note fruttate. La corrispondenza naso, bocca è perfetta. Ne vorrò conservare qualche bottiglia, sono certo che migliorerà. Non ho osato chiedere di assaggiare il loro bianco “riserva”, il formentin, anche perché sono convinto che la grandezza di un produttore la si misuri sui vini più quotidiani. Tra una discussione e l’altra, tra parole a volte serie a volte scherzose, Sandro ci chiede: e adesso cosa assaggiamo ? Il nostro Picolit !!?! Il giorno che rinuncerò ad assaggiare del Picolit, rinchiudetemi. L’appassimento è naturale, avviene in cassette ben riposte in appositi fruttai, dalla vendemia a tutto dicembre. La lentissima fermentazione dura mesi. Poi tre anni (Minchia treeaanniii direbbe il pilota di Mediterraneo) di affinamento in botte, e altri 6 mesi in bottiglia. Che dire. Strepitoso. La dolcezza, immediatamente percepibile, non è mai eccessiva e splendidamente sostenuta da una freschezza “leggera” ma robusta. Al palato si conferma l’enorme varietà di sensazione già percepite dall’olfatto. Il finale è lunghissimo, se chiudo gli occhi riesco ancora a percepirne il sapore. Seguendo i criteri canonici dell’abbinamento cibo vino, il Picolit risulta di difficile abbinamento. Classicamente il matrimonio più celebrato è con la pasticceria secca e burrosa, i più “snob” lo faranno accompagnare da del foie gras, i più arditi da delle ostriche. Per i più temerari crostacei crudi. Accompagnatelo come preferite, ma lasciategli sempre un ruolo da protagonista, nessun equilibrio tra cibo e vino. I riflettori puntateli tutti su di lui, o sulla ragazza alla quale lo state facendo assaggiare.







